Archivio di gennaio 2009
Sistemi antiossidanti nell’integrazione alimentare: risultati preliminari di uno studio scientifico
Dr. Alberto Fiorito, Medico chirurgo, La Spezia; Dr, Sauro Lorenzini, Università degli Studi di Siena Dipartimento di Medicina Clinica e Scienze Immunologiche, Sez. Reumatologia Direttore: Prof. Roberto Marcolongo
1. Introduzione
È dall’inizio degli anni ‘70 che si è compreso come il nostro organismo sia sottoposto all’azione dei radicali liberi, sia endogeni che esogeni. In condizioni fisiologiche alcuni di questi radicali liberi hanno funzioni utili per il nostro organismo. Quando, però, la generazione di sostanze radicaliche supera la capacità delle difese antiossidanti ne risulta uno stress ossidativo che si evidenzia in molte patologie umane e che talvolta dà un contributo significativo alla loro patogenesi. Il potenziale danno da eccesso di radicali liberi è controllato grazie ad una serie di meccanismi di difesa antiossidanti. Le reazioni radicaliche sembrano partecipare a numerose malattie ad etiologia e patogenesi diverse quali quelle infiammatorie-immunitarie, neoplastiche, dismetaboliche, degenerative di vari organi e strutture (1,2,3,4,5).
Nelle patologie reumatiche, in particolare, è riconosciuto il ruolo dei radicali e della lipoperossidazione nel determinismo della flogosi. Di qui l’interesse per lo studio di sostanze capaci di avere un effetto scavenger e antilipoperossidante (6,7,8,9).
Ci è sembrato interessante valutare un integratore come l’OxyLift, di cui abbiamo voluto valutare le capacità scavenger sui Reactive Oxygen Species (ROS).
L’OxyLift è un integratore composto da minerali biodisponibili per essere utilizzati direttamente dalla cellula, aminoacidi ed ha la possibilità di liberare H2 ed O2 a livello nascente, ovvero non proveniente dalla respirazione.
Abbiamo analizzato le capacità scavenger di OxyLift sulla produzione globale dei RLO (chemiluminescenza).
2. Materiali e metodi
Per i nostri lavori “in vitro” abbiamo utilizzato l’integratore OxyLift (International Biolife). Le esperienze condotte hanno preso in esame la valutazione dell’effetto scavenger dell’OxyLift a vari dosaggi con il metodo in chemiluminescenza.
La chemiluminescenza (10) è un metodo per valutare l’azione scavenger sul pool delle ROS prodotti da PMN stimolati con zymosan, (10 mg . ml-1 di tampone fosfato senza Ca2+ e Mg2+; Sigma) opsonizzato secondo il metodo Bellavite (11). I polimorfonucleati (PMN) sono stati ottenuti da prelievi di sangue venoso periferico di soggetti sani mediante polymorphoprep (Nycomed), che, una volta centrifugato, forma un gradiente di densità sul quale si separano le cellule del sangue.
La purezza (> 90%) e la vitalità (> 95%) della popolazione cellulare sono state verificate mediante l’esame di uno striscio e l’esecuzione del test di esclusione del tripan blue.
In seguito, ad un’aliquota (100 ml) di una sospensione di PMN, 106.ml-1 di PBS, sono stati aggiunti 100ml di luminolo (2mg in 10 ml di NaOH 0.01M diluito successivamente 1:10 con PBS; Sigma) e 10ml di stimolatore (zymosan). Il preparato è stato introdotto nel chemiluminometro (Berthold Multi-biolumat LB 9505C) a 37 °C; la cinetica della reazione è stata letta per 40 minuti (vedi schema 1).
I polimorfonucleati, fagocitano lo zymosan (fungo unicellulare), durante la fagocitosi, avviene quello che viene chiamato burst respiratorio, con liberazione di ROS. Questa reazione provoca una piccola emissione di energia che viene amplificata dal luminolo aggiunto e rivelata per 40’ dal luminometro in oggetto. La chemiluminescenza emessa e seguita nel tempo da origine ad una curva ed il software effettua l’integrale della curva stessa traducendo matematicamente la luminescenza letta. (vd grafico 1)
Schema 1
CAMPIONE 1 100 ml di sospensione cellulare + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan (basale)
CAMPIONE 2 100 ml di sospensione cellulare + 10ml di PBS + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan (basale 1)
CAMPIONE 3 100 ml di sospensione cellulare + 10ml di OxyLift* (Soluzione 1) + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan
CAMPIONE 4 100 ml di sospensione cellulare +10ml di OxyLift* (Soluzione 2) + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan
CAMPIONE 5 100 ml di sospensione cellulare + 10ml di OxyLift* (Soluzione 3) + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan
CAMPIONE 6 100 ml di sospensione cellulare + 10ml OxyLift* (Soluzione 4) + 100 ml di luminolo + 10 ml di zymosan
Schema 2
OxyLift* Le soluzioni sono state preparate aggiungendo le gocce di prodotto a 50 ml di tampone PBS; una goccia corrisponde a circa 50 ml. Sono state preparate 4 soluzioni:
Soluzione 1 – 1goccia di OxyLift (~ 50µl) + 50 ml di tampone PBS
Soluzione 2 – 3 gocce di OxyLift (~ 150µl) + 50 ml di tampone PBS
Soluzione 3 – 5 gocce di OxyLift (~ 250µl) + 50 ml di tampone PBS
Soluzione 4 – 8 gocce di OxyLift (~ 400µl) + 50 ml di tampone PBS
Da queste soluzioni sono stati presi i 10ml indicati in metodica ed aggiunti alle cellule
3. Analisi statistica
L’analisi statistica è stata effettuata utilizzando il test one way RM anova ed il test di Student Newman Keuls per confronti multipli. Una p<0.05 è stata considerata significativa.
RISULTATI
Nelle tabella (1) e nel grafico (1) sono riportati rispettivamente, nella prima, i valori medi di inibizione percentuale in riferimento ad un valore di inibizione 0 rilevato per la produzione basale dei ROS in assenza di soluzioni contenenti OxyLift, nel secondo sono riportate le medie dei colpi per minuto (c.p.m.) espressi nei 40’ di chemiluminescenza dai PMN stimolati con zymosan (anova, p=0.00394)
Da entrambe le rappresentazioni dei dati, si evince un’inibizione delle ROS dovuta alla presenza di OxyLift, e questa risulta essere dose-dipendente (Grafico n°1, Student Newman Keuls p<0.05).

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GRAFICO 1
Il grafico mostra i colpi per minuto di luminescenza proporzionali alle ROS prodotte dai PMN stimolati con zymosan. I valori espressi sopra le colonne, rappresentano la media di 5 prove effettuate. (* p<0.05 Student Newman Keuls)
Colonna 1 BASALE
Colonna 2 BASALE 1 (Campione 2)
Colonna 3 Campione 3
Colonna 4 Campione 4
Colonna 5 Campione 5
Colonna 6 Campione 6
|
CHEMILUMINESCENZA, stimolazione con zymosan |
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OXYLIFT |
% di inibizione |
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CAMPIONE 2 |
— |
|
CAMPIONE 3 |
13.4 ± 7.14 |
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CAMPIONE 4 |
16.7 ± 11.2 |
|
CAMPIONE 5 |
30.6 ± 2.3 |
|
CAMPIONE 6 |
37.5 ± 6.0 |
Tabella 1
La tabella esprime gli stessi dati del grafico ma sono espressi in percentuale di inibizione rispetto al basale dei c.p.m. prodotti in 40’ di chemiluminescenza dei campioni preparati (vd schema 1). I valori rappresentati sono il risultato di 5 prove effettuate in chemiluminescenza.
4. Discussione
Dai risultati ottenuti si evince che l’integratore OxyLift è in grado di limitare le ROS prodotte da PMN umani stimolati, in maniera significativa e dose dipendente. Riportato sull’uomo è possibile ipotizzare che questo integratore alimentare possa contribuire all’effetto scavenger, cioè a potenziare i sistemi di difesa nei confronti dei radicali liberi. Di conseguenza si può supporre che l’integratore OxyLift possa avere un potenziale ruolo coadiuvante alla terapia per numerose patologie in cui la flogosi e la lipoperossidazione innescata dalle ROS hanno un importante ruolo patogenetico. L’originalità dei dati ottenuti, consiste nell’evidenza dell’azione scavenger dell’integratore OxyLift sulle ROS prodotte in vitro dai PMN umani del sangue periferico.
Bibliografia
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4) Ratych RE, Bulkley GB. Free radical mediated postischemic reperfusion injury in the kidney. J Free Radic Biol Med 1986; 2(5-6): 311-319.
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7) Jimenez RAH, Willkens RF. Dimethyl sulfoxide: a perspective of its use in rheumatic diseases. J Lab Clin Med 1982; 100(4): 489-500.
Greenwald RA. Therapeutic benefits of oxygen radical scavenger treatment remain unproven. J Free Radic Biol Med 1985; 1(3): 173-177.
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10) De Luca MA, McElroy WD. Bioluminescence and chemiluminescence. Methods in Enzymol 1986; 133: 449-493.
11) English D, Roloff JS, Lukens JN. Regulation of human polymorphonuclear leucocyte superoxide release by cellular response to chemotattic peptides. J of Imm 1981; 126: 165-171.
Tag: aminoacidi, anno, antiossidanti, cellule, centri, chemiluminescenza, Dr. Alberto Fiorito, fiorito, gli, gocce, integratore, integratori, invecchiamento, medico, oxygen species, Oxylift, PATOGENESI, polimorfonucleati, Prof. Roberto Marcolongo, radicali liberi, radicaliche, reumatologia, Sigma, sono, stress, stress ossidativo, università degli studi, università degli studi di siena, zymosan
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STUDIO CLINICO SULL’USO DI CEROTTI E GEL A BASE DI FOSFATIDILCOLINA
Prof. Tommaso Addonisio
Medico Chirurgo Dermatologo, Medico Estetico
Presidente S.I.M.B.E.N (Società Italiana Medicina del Benessere®) e direttore scientifico della rivista “Benessere & Salute”
Professore di “Laser chirurgia dermatologica” e di “Trattamento della cute senescente” Facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli Studi L’Aquila
Professore nel Master di Medicina Estetica Facoltà di Medicina e Chirurgia Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
Master di Medicina del Benessere Università degli Studi di Napoli “Federico II”
NOVITA’ SULLA FOSFATIDILCOLINA NELLA CURA DELLA CELLULITE
Il termine “ cellulite” solitamente utilizzato per indicare un aumento volumetrico di varie regioni del distretto corporeo (più comunemente la faccia supero-esterna della coscia), costituisce una terminologia erroneamente utilizzata per indicare un complesso di alterazioni quali:
la panniculopatia edematofibrosclerotica, l’eccesso di adiposità localizzata, l’accentuazione dell’habitus ginoide.
PATOGENESI
La patogenesi della PEFS può essere suddivisa in fasi temporali o stadi:
I Stadio: stadio dell’edema. L’alterata permeabilità dei capillari provoca la fuoriuscita di plasma, con ristagno e accumulo nell’ interstizio degli adipociti e conseguente edema.
II Stadio: stadio dell’ipertrofia delle fibre reticolari. E’ caratterizzata da un sovvertimento della trama lobulare adipocitaria determinato dall’edema persistente.
III Stadio: caratterizzato dalla formazione di micronoduli. Le fibre reticolari ipertrofiche inglobano gli adipociti creando dei noduli fibrosi con grande sovvertimento della trama lobulare adipocitaria.
IV Stadio: caratterizzato dalla formazione di macronoduli. E’ caratterizzata dalla comparsa dimacronoduli, determinatidalla presenza di fibre reticolari ipertrofiche che inglobano gli adipociti. Inoltre si può notare la comparsa di una liposclerosi diffusa con sclerosi dermica, introflessione e atrofia cutanea.
Tutte queste alterazioni determinano la presenza di una cute cosiddetta “ a buccia d’arancia”.
I principali fattori predisponenti la PEFS sono: obesità, vita sedentaria, scarsa componente corporea muscolare, gravidanza, terapia farmacologiche (calcioantagonisti, vasodilatatori periferici,anticoncezionali),ereditarietà.
La vita sedentaria costituisce un fattore predisponente l’insorgenza della PEFS perché si crea uno squilibrio tra le forze che sospingono il sangue venoso dalle periferia al centro, con conseguente stasi venolinfatica a livello degli arti inferiori.
Inoltre gli estrogeni, mediante l’aumento della permeabilità capillare, determinano un incremento della ritenzione idrica e quindi un aumento dell’entità del ritorno venoso. La valutazione clinica si serve dell’esame obiettivo dei tessuti, dove verranno indagati alcuni importanti segni morfologici quali: il colore, l’aspetto della cute, la sua elasticità e pastosità, la sollevabilità in pliche, la presenza di teleangiectasie e di noduli più o meno dolenti.
La dolenzia evocabile al momento della pressione digitale, costituisce il segno della stasi venosa, mentre la dolorabilità evocabile al momento del pinzettamento dei tessuti determinata dalla compressione delle terminazioni nervose determinata dall’edema.
Non dobbiamo trascurare l’importante ruolo svolto da un alterato assetto posturale nella patogenesi della PEFS. Fondamentale è lo studio infatti dell’appoggio plantare, che se non corretto determina, durante la deambulazione, una alterata pressione sulla suola venosa plantare della spinta ematica, provocando pertanto una insufficiente spremitura e ristagno di sangue a livello degli arti inferiori. Questo fattore costituisce il primum movens di una alterazione della circolazione veno-linfatica, con conseguente inizio della comparsa della PEFS.
Utilizzata dal 1965 per via endovenosa per il trattamento di patologie del fegato.
STORIA APPLICATIVA DELLA FOSFATIDILCOLINA
Per anni la fosfatidilcolina è stata usata come farmaco per combattere le ipercolesterolemie e le iperlipidemie, mentre il suo uso come tecnica lipolitica è stata introdotto nella pratica clinica nel 1995 dal Dr. Rittes, Dermatologo brasiliano.
La Fosfatidilcolina è un costituente delle membrane cellulari dove svolge sia un ruolo strutturale che funzionale, ma il suo ruolo maggiore è quello di rendere integra la membrana cellulare ed essendo una sostanza naturale, derivata dalla lecitina di soia, svolge un’ azione emulsionante.
TECNICHE DI SOMMINISTRAZIONE
Se iniettata nel tessuto adiposo, è in grado di solubilizzare i grassi riducendo il volume degli adipociti, in questa modalità la FdC viene iniettata direttamente nelle zone di accumulo adiposo con dei sottilissimi aghi introdotti per una profondità di circa 1 cm.
La zona da trattare va circoscritta e disegnata e l’ infiltrazione deve procedere in modo da diffondere la sostanza con una distribuzione omogenea.
Nonostante la sua efficacia, questa metodica ha riscontrato diversi inconvenienti quali, reazioni infiammatorie associate a necrosi, atrofie , formazioni di microcisti e dolorabilità alla palpazione dopo l’infiltrazione che dura in fase acuta anche 7/10 gg.
Le infiltrazioni di fosfatidilcolina non comportano alcun problema sullo stato di salute del paziente, ma per ovviare ai suddetti effetti indesiderati, sono oggi in commercio prodotti innovativi come i patchs ( cerotti monouso a base di fosfatidilcolina ) o gel con alte percentuali della stessa.
I principi attivi vengono rilasciati in modo costante e graduale. Le zone elettive di applicazione della metodica sono l’addome, i fianchi, le coulotte de cheval, le braccia, l’interno cosce e le ginocchia.
E’ sconsigliata la zona del viso per la presenza di molte strutture nobili.
E’ stato condotto dal Prof. TOMMASO ADDONISIO (Presidente della Società Italiana di Medicina del Benessere) uno studio sull’efficacia di patch e gel a base di Fosfatidilcolina allo scopo di valutare la riduzione in centimetri dei distretti corporei colpiti da pannicolopatia edemato fibro sclerotica e/o adiposità localizzata. Dopo un’attenta anamnesi in cui si è potuta valutare l’assenza di patologie in atto e la perfetta tollerabilità cutanea dei cerotti e del gel in ogni singolo soggetto esaminato, si è dato inizio al lavoro.
Sono stati inclusi nello studio 20 soggetti di sesso femminile di età compresa tra i 25 e i 50 anni con diversi stadi di cellulite ai quali sono state successivamente rilevate le circonferenze in cm di coscia,addome, fianchi e la misurazione delle pliche nella zona sovrailiaca. Ogni singolo individuo ha applicato a domicilio ed a giorni alterni i cerotti nelle zone da trattare per 6/8 ore (preferibilmente la sera prima di coricarsi) ed il gel nei giorni nei quali non venivano applicati i cerotti.

Si può notare una notevole riduzione della circonferenza delle cosce e dei fianchi variabile fra i 2 ed i 4,5 cm ed una riduzione fra i 3 ed i 5 cm alla plicometria nella zona sovrailiaca .

E’ stata rilevata una ulteriore riduzione variabile fra 1 e 3 cm dellacirconferenza cosce e fianchi ed una variabilità fra i 2 e i 3 cm allaplicometria nella zona sovrailiaca

Il terzo ed ultimo controllo effettuato a distanza di 3 mesi dalla prima applicazione ha rilevato una ulteriore riduzione variabile fra 1 e 1,5 cm della circonferenza cosce e fianchi ed una variabilità fra i 0,5 e i 1 cm alla plicometria nella zona sovrailiaca.
PRIMA DOPO


PRIMA DOPO


Per concludere possiamo affermare che sulla base dei controlli medici operati dalla nostra equipe dopo 1 e 2 mesi di trattamento, i cerotti hanno dimostrato indubbia efficacia nel trattamento domiciliare di cellulite ed adiposità localizzata, nonché apprezzabilità, gradevolezza e praticità a livello applicativo.
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Fosfatidilcolina: nuove applicazioni terapeutiche
Professor Tommaso Addonisio – Medico Chirurgo Dermatologo – Presidente Società Italiana di Medicina del Benessere® (SIMBEN)
La “cellulite” – scientificamente definita come “lipodistrofia” o “panniculopatia edemato-fibro-sclerotica” – è, per alcuni distretti corporei, una condizione di sofferenza del microcircolo e del tessuto connettivo sottocutaneo. Essa si manifesta come conseguenza di vari fattori esogeni ed endogeni, tra i quali un’insufficiente attività emuntoriale, disturbi a livello circolatorio, stress psico-emotivi, problemi ormonali, vita sedentaria, intolleranze alimentari, ecc. Persino un’alimentazione inadeguata, come ad esempio nel caso di diete povere di acidi grassi polinsaturi, facilita l’insorgenza della panniculite, spesso associata a soprappeso oppure ad obesità conclamata. Inoltre, laddove vi sia contemporanea coesistenza di ipetrofia delle cellule adipose del tessuto sottocutaneo, si osserverà un aumento nel volume degli adipociti che tenderà ad aggravare le già ridotte condizioni circolatorie locali.
La cellulite è una patologia ad andamento evolutivo generalmente distinto in quattro differenti stadi, caratterizzati a livello clinico da cute “a buccia d’arancia” o, nei casi più avanzati, “a materasso” e con sintomi quali formicolio, piedi freddi, gambe pesanti fino a dolori crampiformi nei casi più gravi. Tra i tanti rimedi utilizzati è sempre più diffuso l’uso della fosfatidilcolina.
Dal 1965 la fosfatidilcolina è utilizzata per via endovenosa nel trattamento di alcune patologie del fegato: per molti anni è stata usata come farmaco per combattere le ipercolesterolemie e le iperlipidemie. Nel 1995, la dottoressa Patrizia Guedes Rittes – dermatologa brasiliana – ha introdotto nella pratica clinica l’uso della fosfaditilcolina (FdC) quale tecnica lipolitica in una patologia frequente come la “cellulite”.
Tale sostanza è un costituente delle membrane cellulari nelle quali essa svolge sia un ruolo strutturale che funzionale di cui il principale consiste nel mantenere integra la membrana cellulare. La fosfatidilcolina è una sostanza naturale, derivata dalla lecitina di soia, ad azione emulsionante. Se iniettata nel tessuto adiposo, è in grado di solubilizzare i grassi riducendo il volume degli adipociti. Spesso viene utilizzata in associazione all’acido desossicolico ed alla carnitina per ottimizzare il risultato.
La FdC viene iniettata direttamente nelle zone di accumulo adiposo tramite aghi introdotti per una profondità di circa un centimetro. La zona da trattare va circoscritta e disegnata e l’infiltrazione deve procedere in modo da diffondere la sostanza con una distribuzione omogenea. Purtroppo, l’applicazione per via iniettiva della FdC non è scevra da inconvenienti: subito dopo l’infiltrazione, la zona può diventare eritematosa nonché presentare un gonfiore dovuto alla liberazione di glicerolo.
Alcuni studi hanno riscontrato che, dopo l’infiltrazione di FdC, nel tessuto adiposo aumenta il numero di linfociti e di macrofagi; si verifica, inoltre, una reazione infiammatoria associata a necrosi e riassorbimento, atrofia e formazione di microcisti. Per lo stesso motivo, nella zona trattata si può avere dolorabilità che dura in fase acuta per qualche giorno, per poi recedere del tutto nell’arco di 7-10 giorni.
Una certa sensibilità dolorosa, soprattutto alla palpazione, può comunque persistere per tempi più lunghi. Solo occasionalmente si sono verificati nausea, diarrea e aumentata salivazione.
Si tratta, in ogni modo, di effetti collaterali che, seppur fastidiosi, sono del tutto innocui per la salute del paziente che, pertanto, può essere ampiamente rassicurato in tal senso. Si consigliano dalle 3 alle 5-6 sedute per zona di accumulo adiposo ad una distanza di 10-15 giorni l’una dall’altra. Nel corso di una seduta è possibile trattare contemporaneamente da 2 a 4 cuscinetti adiposi. Le zone elettive di applicazione della metodica sono l’addome, i fianchi, le culotte de cheval, le braccia, l’interno cosce e le ginocchia.
Per ovviare ai vari problemi che si possono incontrare usando la fosfatidilcolina per via iniettiva, attualmente sono in commercio prodotti innovativi come gel, con alta percentuale di fosfatidilcolina, ed i patch, ovvero cerotti monouso a base di fosfatidilcolina grazie ai quali i principi attivi di questa sostanza vengono rilasciati in modo costante e graduale nelle zone colpite dalla cellulite.
Il patch, in particolare, consente una penetrazione ottimale del principio attivo, per via transdermica, grazie ad una rivoluzionaria novità di tecnica cosmetologica che determina risultati davvero sorprendenti. Il patch può essere comodamente indossato dalla paziente durante la giornata e va tenuto mediamente dalle 4-6 ore (o comunque fino al suo distacco naturale) e dopo 24 ore si può applicare un altro cerotto.
Nella lotta all’odiata cellulite, dunque, le nuove tecniche terapeutiche, se utilizzate anche in sinergia con altre metodiche, rappresentano un’alternativa assai valida nel trattamento dell’adiposità localizzata e della pannicolopatia.
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